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Esteri, UE, Geopolitica, Sovranità, Cooperazione Internazionale

5976 parole · 30 min di lettura

Il nostro modello di relazioni internazionali. In politica estera, Futuro Nazionale si pone come primo obiettivo e criterio di azione la difesa della sovranità e dell’interesse nazionale, applicata al contesto delle relazioni internazionali e delle alleanze. L’Italia deve riacquistare voce autorevole nel mondo come Nazione, senza complessi di inferiorità e senza accodarsi passivamente a direttive altrui quando queste contrastino col bene della Patria e con la nostra visione fondamentale della realtà, della giustizia e del diritto naturale. Il partito si ispira a una visione di politica estera autonoma e flessibile ma non isolazionista, in cui l’Italia agisca da protagonista, innanzitutto nello scenario mediterraneo ed europeo, difendendo i propri interessi strategici, economici e culturali.

Il modello delle relazioni internazionali è certamente cambiato nel corso della modernità e va compreso lo schema di questa trasformazione per comprendere la posizione elastica, realista e tuttavia determinata in cui Futuro Nazionale si colloca e alla luce della quale i singoli posizionamenti di politica estera – anche negli scenari venturi – devono essere logicamente dedotti e interpretati.

Il processo di trasformazione ha portato la modernità dal modello tradizionale del Sacro Romano Impero quale garante (e forse katechon – potere che frena disordine e dissoluzione – secondo l’interpretazione di San Giovanni Crisostomo) della Cristianità contro le eventuali pulsioni disgregative della nostra civiltà (rappresentate dalla tre fiere del primo canto della Commedia, che come sappiamo esprime anche la filosofia politica di Dante Alighieri), più orientato alla fisionomia interna delle terre e dei popoli cristiani che al controllo esterno di scala globale, a quello delle paci di Vestfalia fondato sulle Nazioni sovrane senza un criterio di raccordo arbitrale superiore, a quello della Guerra fredda strutturato sulla contrapposizione globale di due grandi attori e centri di gravità, al mondo unipolare dominato dagli USA, contrassegnato dall’annunciata (da Francis Fukuyama nel 1992) “fine della storia”, nelle due versioni (quella conservatrice di un dominio soprattutto economico, con sottofondo liberaldemocratico, senza esportazione dell’agenda liberal e quello multilaterale, di marca dem, che vede Amministrazione US e organismi internazionali quali guardiani dei diritti civili – civil rights, diritti “a non esser discriminati” – nel mondo), a quello del mondo multipolare delle sfere di influenza (nove, secondo uno dei più noti schemi, quello di Huntington, rielaborato poi in disparate forme da vari studiosi di geopolitica, non solo di area occidentale: si pensi, per esempio, nell’area orientale, ad Aleksandr Dugin).

Se il modello tradizionale dell’Impero romano e cristiano, che gode di per sé di fondamento teoretico e di fascino, non è oggi materialmente attuabile neanche limitatamente all’area storica della Cristianità per il semplice fatto che gli organismi gerarchicamente analoghi si configurano come un anti-Impero (basti pensare all’Unione Europea che calpesta l’identità cristiana e le specificità dei popoli, della nationes, risultando la scimmiottatura relativista e centralista dell’Impero tradizionale), la preservazione delle Nazioni sovrane rimane allora una forma particolarmente nobile di resistenza alla dissoluzione globalista, in un contesto molto diverso da quello di Vestfalia, quando la disgregazione veniva propria dai Prìncipi locali.

Una difesa della sovranità che si riconosca certamente sottomessa alla legge naturale che la ragione scopre e difende e alla tradizione cristiana, ma che sa di non poter contare oggi su un garante sovranazionale che ne valorizzi l’identità e l’interesse anziché cercare di sopprimerla. Gli stessi Stati Uniti hanno dimostrato, con l’attuale Presidenza Trump, segnali di sfiducia nel modello nella cooperazione internazionale, con particolare riferimento ad organismi come ONU, OMS e anche NATO. Il modello Trump peraltro sta cercando di configurare una interpretazione originale dello schema multipolare e sperimentando nuovi assetti globali possibili, certamente non senza indecisioni e contraddizioni.

Se, da un lato, la scia di “America First” porta Trump al tentativo di svestire i panni di gendarme del mondo, concentrando i propri sforzi e le proprie energie sulla difesa dell’interesse nazionale, l’intervento in Iran ha dimostrato la resilienza delle pur logore dottrine di politica estera o, perlomeno, una contraddittoria eccezione del rapporto tra USA e mondo quando di mezzo ci siano le pressanti richieste dello Stato ebraico. Azioni come quelle di rivendicare la Groenlandia e l’intervento in Venezuela si collocano, invece, su una linea intermedia, che alcuni hanno chiamato “dottrina Donroe” e che per certi versi coniuga il principio dell’America First con quello delle sfere di influenza sovranazionali, regionali ma non globali.

Futuro Nazionale considera una grande opportunità il recupero della linea di politica estera America First messo in atto dal Presidente Trump, mentre guarda con forte preoccupazione e condanna operazioni come l’attacco alla Repubblica dell’Iran, che ha reso perplessa anche buona parte del mondo diplomatico e culturale ruotante intorno a Trump e che ha provocato le dimissioni di Joe Kent, capo dell’antiterrorismo statunitense. Se il modello tradizionale imperiale è oggi inattuabile e quello di Vestfalia ha un importante valore di “freno” alla dissoluzione globalista, certamente il contesto politico, logistico, economico e tecnologico odierno non è quello del 1648 e richiede una integrazione con una visione globale delle relazioni internazionali.

Su questa linea se, come abbiamo spiegato, non condividiamo l’idea di un mondo unipolare USA, anche perché esso non garantisce l’interesse nazionale italiano, scambia l’opzione della democrazia di massa col diritto naturale e non risulta oggi un obiettivo degli stessi Stati Uniti, guardiamo con estremo interesse alla possibilità che il modello del mondo multipolare possa finalmente trovare una configurazione più stabile, uscendo dalla fase di gestazione che da circa 30 anni lo vede protagonista di una lotta di affermazione cognitiva, politica e diplomatica con le due versioni del modello unipolare.

Il modello di Paul Wolfwofitz e Zbigniew Brzezinski per impedire il mondo multipolare e inibire l’apparizione e la prosperità di potenze autonome anche solo di carattere regionale, avendo di mira in modo particolare l’indebolimento di Russia e Paesi europei, con una particolare attenzione all’inibizione di possibili sinergie commerciali, industriali, energetiche e culturali tra il polmone occidentale e l’orientale della Cristianità, ha subito duri colpi proprio nel contesto dell’Amministrazione Trump. E si tratta di capire quale possa essere il posizionamento dell’Italia in questo nuovo scenario. Se nel modello di Huntington i Paesi europei erano sostanzialmente collocato nel “Western World” senza troppe distinzioni, il nuovo posizionamento scelto dagli Stati Uniti pone nuove sfide. Nell’aprile 2025, lo stesso Vicepresidente USA J.D. Vance ha dichiarato: “Non penso che un’Europa più indipendente sia una cosa negativa per gli Stati Uniti”.

Ma l’Italia deve fare oggi i conti col fatto che l’Unione Europa si presenti come soggetto completamente avverso all’interesse del nostro Paese e alla nuova linea di politica culturale USA (dalla decarbonizzazione all’inclusione dell’aborto tra i diritti fondamentali, dalla spesa militare per l’Ucraina alla volontà di non concedere deroghe di finanza pubblica per le politiche demografiche). In un siffatto scenario, la maggiore indipendenza europea di cui parla il vicepresidente J.D. Vance è dunque da declinare come assunzione di protagonismo delle Nazioni sovrane, senza passare dal filtro della Commissione UE (che si è poi, paradossalmente, rivelata la migliore suddita economica degli Stati Uniti, i quali disprezzano l’incapacità ma non disdegnano le compravendite).

L’Italia, nella visione di Futuro Nazionale, deve dunque ritrovare la propria sovranità, con grande senso della propria autonomia, cogliendo un’occasione storica che potrebbe non arrivare una seconda volta, e interloquendo direttamente con l’Amministrazione USA, senza il raccordo inadeguato della von der Leyen a cui, invece, il centrodestra di Governo si è allineato e legato. Dialogheremo con gli Stati Uniti, in posizione eretta e perseguendo l’interesse nazionale, mettendo al centro i reali bisogni dell’Italia e non la transizione verde o la prosecuzione del conflitto russo-ucraino.

L’occasione che vogliamo cogliere dà, peraltro, possibilità alla riemersione di quella che, nella complessità e nelle differenze, è una vocazione storica del nostro Paese: la capacità di mediazione e dialogo con tutti gli attori in gioco è stata una specificità della politica italiana anche nella prima e nella seconda Repubblica, quando paradossalmente la sconfitta nel secondo conflitto mondiale era meno lontana.

Se pensiamo – senza dover sposare i modelli del recente passato, ma studiandoli con attenzione – alla geometria variabile dei rapporti di Giulio Andreotti per il tentativo di risolvere il conflitto arabopalestinese, alla mediazione tra Russia e Stati Uniti portata avanti da Silvio Berlusconi, alle articolate analisi e mosse di Bettino Craxi, vediamo come – trasversalmente a differenti storie e aree politiche, dalla Democrazia Cristiana al Partito Socialista Italiana alla Forza Italia originaria – l’Italia ha nella propria cultura diplomatica la capacità di aprirsi ad un modello di cooperazione che non preveda l’unipolarità egemonica di una sola potenza.

Dovremo dunque saper dialogare – come Paese – con tutti i possibili partner internazionali, pensiamo per esempio all’importanza di riaprire i canali con la Federazione Russa, nell’interesse dei costi dell’energia per le nostre famiglie e le nostre imprese ma anche per la difesa dei dell’interesse occidentale di lungo periodo rispetto alla pulsione all’avvicinamento della Russia alla Cina che è stata fomentata dalle scellerate politiche di contrapposizione portate avanti dall’Unione Europea e dall’Amministrazione Biden (ancorati alle vecchie dottrine di Wolfwofitz e Brzezinski o, per così dire, del vecchio “Liberal Eastern Establishement”), alla quale purtroppo anche il Governo italiano aveva deciso di legarsi.

Se le forme di cooperazione dovranno dunque essere elastiche, variabili e senza preconcetti eccezion fatta per quello di difendere l’interesse nazionale, la più stretta forma di cooperazione per la costruzione di una identità di area capace di muoversi con più peso nel mondo globale può guardare anche all’interessante sintonia valoriale che l’Italia ha con i Paesi dell’Europa centrale, per esempio Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. Tali Paesi presentano una storia e una identità fortemente radicati nel cristianesimo, culturalmente terzi rispetto al modello orientale della Russia e al modello occidentale americano e anglofrancese, oggi appaiono tendenzialmente più reattivi nei confronti dell’agenda globale, dell’ideologia woke e delle imposizioni UE.

L’Italia non dovrebbe accettare collocamenti facili da tifoseria “pro America” o “pro Russia” ma, dialogando con tutti e preservando la sovranità all’interno delle alleanze storiche, potrebbe guardare con favore alla intensificazione di una nuova cooperazione europea tra Nazioni sovrane, alternativa alla UE. Peraltro, anche sul fronte della lotta all’invasione maomettana tali Paesi (o alcuni di essi) sembrano essere in una posizione migliore per poter resistere e invertire la tendenza alla sostituzione demografica, oltre ad essere contrassegnati storicamente da un maggior contatto diretto con l’invasione ottomana e dunque dotati degli anticorpi culturali di reazione.

Questa è, alla luce della ricostruzione storica e della complessità dell’ora presente che è ora di importanti transizioni per la storia della diplomazia mondiale, la mappa dell’orientamento che Futuro Nazionale terrà in politica estera, per mettere nuovamente l’interesse nazionale al centro della propria azione e, con realismo, rendere questo principio non un proclama elettorale – come spesso è stato – ma una realtà di fatto. Il momento storico è estremamente propizio. Alcuni punti salienti dell’indirizzo di politica estera, ulteriori o di maggior dettaglio rispetto alla cornice sopra evidenziata, saranno:

Centralità dell’interesse nazionale nelle alleanze: Futuro Nazionale, nel contesto dei trattati, delle alleanze e degli organismi internazionali (NATO, Unione Europea, rapporti con gli USA), esige che in esse l’Italia faccia valere le proprie ragioni. Pertanto, l’Italia valuterà caso per caso, anche nel contesto dell’Alleanza Atlantica, l’impegno richiesto. Per esempio, l’Italia deve rifiutare in modo netto una strategia espansiva o, peggio, offensiva della NATO, riprendendo le analisi sulla “politica di contenimento” di George Frost Kennan e, più recentemente, l’interessante valutazione degli scenari offerta in tempi non sospetti dal prof. John Mearsheimer dell’Università di Chicago e che avrebbe potuto evitare il disastro dell’operazione militare russa in Ucraina. La NATO deve rimanere un’alleanza unicamente difensiva e non minare la politica internazionale d’equilibrio aumentando le tensioni tra Stati e tra blocchi. A maggior ragione, rigettiamo la politica di “esportazione della democrazia” con armi e azioni militari. Il principio di sovranità politica del nostro Paese deve anche considerare, da un punto di vista metodologico, la possibilità di recedere dai Trattati internazionali, compreso il Trattato del Nord Atlantico (istitutivo dell’alleanza NATO) e nessun argomento e nessuna opzione devono essere considerato un tabù politico. Devono essere invece gli interessi strategici, il posizionamento, gli scenari e, in ultima instanza, l’interesse nazionale a determinare la volontà di permanere all’interno di una cornice di alleanze che certamente risulta oggi la più naturale per il nostro Paese e in cui l’Italia dovrà giocare un ruolo di miglioramento e di sorveglianza; al contrario, non può essere una manchevole sovranità o volontà politica a determinare metodologicamente scelte e obiettivi.

Scenario ucraino. Sul conflitto in Ucraina la posizione di Futuro Nazionale è netta: proseguire ad oltranza l’invio di armi senza una strategia diplomatica di pace è un errore che danneggia l’Italia, oltre a danneggiare cittadini ucraini e russi con il prolungamento indefinito dello scenario bellico. Futuro Nazionale promuoverà un approccio pragmatico e pacificatore, lavorando soprattutto perché le parti trovino una soluzione negoziale. Si ritiene che l’interesse italiano sia evitare un’escalation militare, concentrandosi su diplomazia e salvaguardia dell’economia nazionale colpita dalle sanzioni. In generale, nelle sedi NATO e UE, l’Italia dovrà opererare con la schiena dritta, accogliendo solo a ciò che conviene davvero all’Italia e allo sviluppo ragionevole del contesto internazionale, opponendosi a richieste irragionevoli e valorizzando anche l’apporto mediatore della Santa Sede che, quale autorità riconosciuta a livello mondiale nel campo diplomatico anche per il profilo di autorevolezza informativa e morale, può costituire il miglior punto di riferimento e di forza per l’Italia nell’evoluzione di una posizione di politica estera più articolata, complessa e non schiacciata su posizioni di singoli altri Stati o gruppi di Stati (vedi, più in dettaglio, il punto “Strategia Italia” nel presente capitolo).

Scenario mediorientale. L’innesco di tutte le polveriere: la Terra santa

Futuro Nazionale ritiene che oggi la chiave e la polveriera da cui si diramano la maggior parte degli inneschi di instabilità (pensiamo ai conflitti in Iran e Libano) sia rappresentata dal problema israelo-palestinese ormai incancrenito e di difficile soluzione per via di un continuo cambio di strategie diplomatiche e militari che si sono susseguite a partire dal ‘48 e che dal ‘56 fino ai più recenti Accordi di Abramo hanno via via modificato geograficamente, sociologicamente e religiosamente la regione mediorientale (dalla Siria all’Egitto alla Giordania) in cui è sorto lo Stato ebraico ma stenta a formarsi quello palestinese, anche per difficoltà a definirne gli elementi imprescindibili di statualità come la definizione di confini certi e di una legittima rappresentanza politica (che non può essere identificata in Hamas).

La Siria è stata recentemente oggetto di un rivoluzionario capovolgimento di fronte politico e strategico: con l’attuale Presidenza di Abū Muḥammad al-Jawlānī, già miliziano di al-Qāʿida, la Siria da Paese sci’ita facente parte dell’orbita dell’Iran è diventato sunnita e antiiraniano, di supporto alla Fratellanza Musulmana. Alcuni osservatori, peraltro, rilevano anche sospetti di agreement con Israele: risulta per esempio singolare che la nuova Siria non reclami le alture del Golan occupate da Israele ignorando anche i molteplici richiami dell’ONU. In siffatto contesto non si puó prescindere da un coinvolgimento della Federazione Russa che, fino a due anni fa, è stata con gli USA un protagonista cruciale di equilibrio nei contrastati rapporti tra i principali attori dell’area (Stato ebraico, Siria, ANP, Egitto) con influenze su altri Stati indirettamente coinvolti (Iraq e Iran) e su organizzazioni filopalestinesi.

La realizzazione del principio di «due popoli e due stati con confini definitivi» oggi più che mai sembra irraggiungibile per il reciproco irrigidimento dell’Iran e dello Stato ebraico e per il sostanziale menefreghismo dei Paesi arabi sunniti che considerano la causa palestinese solo un utile strumento per calmierare i loro fronti interni ai quali permettono di manifestare il loro sdegno con cortei di protesta. Allo stato attuale, l’obiettivo della creazione di due stati per due popoli non può più essere realizzato confidando esclusivamente nell’alleanza israelo-saudita-statunitense scaturita dagli Accordi di Abramo. Del resto si profila alcuni segnali di nuovi possibili e graduali orientamenti di posizione: per esempio, durante la crisi ancora aperta sul fronte iraniano, la Repubblica islamica ha evitato di colpire gli Emirati Arabi Uniti e alcuni osservatori riportano l’ipotesi di agreement informali e segreti volti a garantire tale immunità.

Alla luce di tutto ciò, una lungimirante politica estera volta alla tutela dell’interesse nazionale italiano e al perseguimento di una pace realistica che rassereni gli scenari internazionali e porti finalmente all’implementazione degli Accordi di Oslo firmati nel 1993 da Rabin e da Arafat, dovrà evitare ogni tifoseria e far leva sul coinvolgimento complessivo di tutti gli attori dell’area, senza esclusioni ideologiche o d’interesse economico o strategico di parte. Occorre coinvolgere in un percorso di risoluzione e garanzia sia gli attori diretti (risolvendo anche difficili problemi come quello dell’identificazione di interlocutori effettivamente rappresentativi del popolo palestinese), sia gli attori di influenza come Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Iraniana, senza i quali ogni accordo risulterà disatteso, minacciato e caduco. Nel frattempo, occorre frenare le spinte che portano ad un ulteriore inasprimento delle tensioni e ad un aumento delle violazioni.

La sicurezza dell’area è stata messa a repentaglio dalla gravissima azione terroristica di Hamas del 7 ottobre 2023, con cui sono stati colpiti civili senza alcun legame coi reparti militari, e dalla reazione sproporzionata del Governo Netanyahu che ha causato inaccettabili stragi di civili, molto spesso donne e bambini. Il vero obiettivo internazionale immediato deve essere la cessazione delle tensioni che stanno proseguendo non solo a Gaza ma anche nei territori di Cisgiordania abusivamente occupati dallo Stato ebraico e oggetto delle continue violenze operate dai coloni, i quali generano continue escalation espansionistiche. Condividiamo, del resto, le preoccupazioni dello Stato ebraico per il coinvolgimento voluto dagli USA del Qatar nel Board of Peace: anche nel rispetto dell’Italia e dell’Occidente cristiano, occorre riconoscere come tale Paese si qualifichi come partener importante dei Fratelli Musulmani, artefici dell’invasione islamica d’Italia e d’Europa.

Si sottolinea inoltre come Gerusalemme, città santa per tre religioni e in quanto tale esposta a forti tensioni belliche e al rischio di rapida escalation, come la sua stessa storia nei secoli dimostra, non debba in alcun modo essere posta sotto il controllo unico ebraico o musulmano, mantenendo invece la suddivisione da sempre proposta di Gerusalemme Est con la spianata del Tempio in mano palestinese e di Gerusalemme Ovest in mano israeliana. Se lo stesso Papa Pio XII faceva notare nel 1949 essere opportuno che a Gerusalemme “sia stabilito un regime internazionale, che nelle attuali circostanze sembra il più adatto” (Enciclica Redemptoris Nostri Cruciatus), rivelandosi oggi difficilmente attuabile un regime internazionale davvero immune ad inclinazioni partigiane, rimane fondamentale preservare la ratio della preoccupazione del Pontefice, garantendo che una delle aree più sensibili del mondo non diventi occasione per innescare conflitti terribili e di portata imprevedibile.

In questo senso guardiamo con grave preoccupazione al fanatismo di alcuni gruppi ebraici e cristiani protestanti che invocano la distruzione della Grande Moschea di Gerusalemme per ricostruire sulla medesima superficie il Tempio di Salomone, non più esistente da quando l’Impero Romano decise di distruggerlo nel 70 d.C. In questa materia, teologica ed escatologica, ci occorre un approccio laico che sappia escludere il fondamentalismo religioso ed evitare l’innesco di un conflitto di scala potenzialmente globale. Peraltro, le radici cristiane dell’Italia e dell’Europa devono a maggior ragione porci al riparo da fondamentalismi volti ad agire per “accelerazioni escatologiche” che la cultura cristiana ha sempre messo in guardia dal perseguire.

Gerusalemme deve rimanere così com’è, senza evoluzioni pericolose, mentre il resto della vecchia “provincia romana di Palestina” dovrà conoscere una suddivisione dei territori rispettosa degli accordi di Oslo e capace di garantire una perdurante pace. È di fondamentale importanza, inoltre, per l’Italia porre a tema in tutte le sedi internazionali la difesa e la protezione delle comunità cristiane di questi territori, che molto hanno avuto da patire sia da parte musulmana che da parte ebraica.

Scenario mediorientale. Il conflitto tra USA e Iran.

Futuro Nazionale condanna le ostilità aperte nel 2026 da parte americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran, in quanto disfunzionali all’interesse nazionale italiano e, in generale, dei popoli europei. Il giudizio negativo che il cristianesimo ha dell’islam non può certo autorizzarci a lanciare guerre di religione in tutto il mondo: mai la filosofia della guerra europea ha legittimato un modo di pensare così folle, preferendo invece riconoscere la legittimità del diritto internazionale anche con popoli aventi diverse religioni e restringendo il diritto di guerra a casi ben codificati secondo criteri di pericolo, risposta difensiva, proporzionalità e previsione di esiti migliorativi.

Per le stesse ragioni, rifiutiamo il criterio della guerra per esportare la democrazia: secondo la più autentica tradizione filosofica occidentale, la democrazia è una forma di governo, che come tale può assumere caratteri fisiologici o patologici (pensiamo alla vittoria democratica delle elezioni da parte di Hitler) e che è storicamente affiancata da altre opzioni metodologiche di governo come la monarchia, l’aristocrazia e i sistemi misti, anch’essi con varianti fisiologiche e patologiche, come è stato eccellentemente messo in mostra dall’analisi di Aristotele. La scelta dei Paesi europei, negli ultimi secoli, per la democrazia di massa e l’impianto liberal-democratico non è una ragione sufficiente per decidere di bombardare tutte le aree del mondo che abbiano storicamente opzionato forme politiche differenti.

Con ciò non scegliamo una visione relativista e nichilista della politica, ritenendo che tutto sia permesso, ma intendiamo mostrare la differenza tra violazioni gravi del diritto naturale (pensiamo alla persecuzione sistematica di persone innocenti) e quelle che, invece, sono differenze storiche e culturali che non possono essere legittimamente affrontate col sangue della guerra. Anche gli altri argomenti ideologici utilizzati per giustificare l’intervento non sono convincenti. L’Iran è un Paese caratterizzato da una cultura estremamente importante e profonda, con alti tassi di scolarizzazione, in cui a laurearsi sono più le donne degli uomini e dove la libertà delle comunità cristiane è rispettata più che – per esempio – in Arabia Saudita. Pur essendovi gravi criticità, esse non raggiungono il livello di allarme che caratterizza, appunto, altri Paesi islamici nei confronti dei quali non si leva una voce.

Mentre il Qatar intrattiene rapporti coi Fratelli Musulmani che vogliono islamizzare l’Europa, la propaganda mette nel mirino l’Iran, il cui islam sciita duodecimano non è caratterizzato da alcuna velleità di espansione califfale in Europa. Del resto, è significativo che all’inizio delle operazioni militari statunitensi il capo dell’antiterrorismo USA, Joe Kent, uomo di fiducia dell’Amministrazione, si sia dimesso affermando che tutte le informazioni in possesso degli Stati Uniti non giustificassero l’attacco. Riteniamo che gli Stati occidentali debbano tornare a difendere i propri interessi e i propri valori, senza dover inseguire sogni di scontro di civiltà o, come nel caso in oggetto, assecondare le richieste dello Stato ebraico. Forse gli Stati Uniti avevano come mira il perseguimento di interessi economici specifici per il loro Paese, motivo certamente insufficiente a giustificare una guerra, ma di sicuro gli interessi dell’Italia sono stati seriamente compromessi dall’intervento.

Strategia Italia: la via diplomatica per un’Italia protagonista, fedele alla propria vocazione storica ed immune a tentazioni interventiste

Riteniamo che l’Italia possa tornare una voce centrale nella risoluzione delle controversie internazionali, senza intervenire militarmente a detrimento dei propri interessi e valori, piuttosto recuperando un fecondo dialogo in queste materie con la Santa Sede: l’Italia è il “Paese del Papato”, o che abbraccia i territori del Papato, e la Santa Sede è considerato uno dei principali attori diplomatici a livello mondiale, godendo da un lato di un sistema di raccolta delle informazioni diretto e autorevole tramite i propri sacerdoti e Vescovi diffusi sulla terra, dall’altro di una autorevolezza morale che rende la sua voce particolarmente ascoltata nei consessi internazionali. Anche sui punti sopra trattati, come la questione iraniana e quella palestinese, la Santa Sede ha mostrato (pensiamo agli interventi del Card. Pizzaballa, custode di Terrasanta) equilibrio e conoscenza degli scenari, singolarmente affini alle posizioni assunte da Futuro Nazionale. Di questo rapporto tra l’Italia e la Santa Sede l’Italia dovrà saper fare un punto di forza per la propria autorevolezza internazionale e, contemporaneamente, aiutare la Chiesa a far ascoltare la propria voce in questo campo, per evitare altre guerre che godano di falsi racconti giustificativi.

Approccio critico nei confronti dell’Unione Europea e ridefinizione sovrana dei rapporti con essa: Futuro Nazionale esprime una visione critica verso l’attuale politica UE, caratterizzata da una trazione burocratica e ideologica, in mano a élite socialdemocratiche progressiste, nichiliste, relativiste e dirigiste che promuovono politiche a danno della vera competitività e dei valori fondanti della cristianità europea e, quindi, anche di quella italiana. Contestiamo, ad esempio, la rigidità di direttive come quelle del Green Deal che hanno desertificato il continente dal punto di vista industriale, o la gestione macchinosa dei fondi e dei vincoli di bilancio che da troppo tempo penalizza l’Italia derogando spese inutili e non permettendo le spese in deroga di cui il nostro Paese avrebbe davvero bisogno per fronteggiare la vera crisi italiana ed europea: quella della demografia e dell’invasione migratoria.

Futuro Nazionale non propone come primo strumento di rilancio della sovranità l’uscita diretta dell’Italia dall’UE, ma il tentativo sovrano di ridefinirne i perimetri con una profonda revisione dell’Unione e dei criteri della nostra permanenza: più sussidiarietà, meno vincoli assurdi, tutela delle identità nazionali. In concreto, il partito chiederà: la revisione dei trattati economici o della loro implementazione esecutiva, laddove essi limitano la libertà di spesa sugli investimenti produttivi; una politica commerciale europea che difenda le produzioni strategiche continentali (stop a concorrenza sleale e delocalizzazioni selvagge); una gestione efficace dei confini esterni (per fermare l’immigrazione illegale, come già dettagliato); rispetto per le politiche fiscali e sociali decise democraticamente dai Paesi (no a ingerenze su tassazione, moneta fiscale o altro).

L’Italia di Futuro Nazionale è pronta a mettere il veto in Consiglio UE su normative contrarie ai suoi interessi vitali e a costruire alleanze con altri Paesi per una “Europa delle Patrie” più equilibrata. Fondamentale, in questo senso, è avviare con i Paesi disposti a farlo il recupero espresso delle radici cristiane come patrimonio fondante dell’Europa e quindi quadro di riferimento del nostro continente che, invece, pretendendo di costituirsi sul fondamento dell’economia, appare simile al Barone di Münchhausen che prova a salvarsi dalle sabbie mobili tirandosi su per i capelli con le proprie stesse mani. La crisi demografica, valoriale e di coesione sociale (minata anche dal grave problema migratorio) non può ovviamente essere affrontata solo su base di politiche monetarie che coprono poi la surrettizia assunzione di quadri di riferimento ideologico ben precisi e non contenuti in alcun trattato.

Allora, all’attuale configurazione dell’Unione Europea, che applica un federalismo al contrario (alla maniera di Altiero Spinelli) in cui le competenze degli Stati sovrani sono trasferite all’ “elefante eurocomunista” di Strasburgo e Bruxelles, preferiamo una configurazione come quella della vecchia Comunità Economica Europea (CEE), cessata con i Trattati di Maastricht (1992) e Lisbona (2009), del resto già incamminata alla perdita di sovranità con l’adesione allo SME (Sistema Monetario Europeo) del 1978-1979 e col divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981.

Un’Europa come spazio di accordo commerciale e crescita economica aveva senza alcun dubbio ragione di esistere, ma una cooperazione politica tra Paesi europei può essere efficace solo nel solco dei grandi valori della nostra storia, traditi dalla cultura del relativismo woke che ormai imperano nei palazzi del potere di Bruxelles e Strasburgo; i veri valori dei popoli europei sono stati rigettati dall’Unione Europea, così che oggi rimane indicata la strada per una potenziale strategia a due marce: quella per uno spazio meramente economico comune e quella per uno spazio politico di cooperazione tra quei Paesi sovrani che scelgano di tornare alle proprie radici, alla Reconquista di Spagna, all’eroismo degli Stati della penisola italiani contro i saraceni, alla resistenza dei greci contro l’espansionismo musulmano, alle glorie d’Austria, Repubblica Ceca e Ungheria contro l’avanzata ottomana.

Sovranità monetaria: metodologicamente, uno Stato sovrano è padrone di decidere anche in materia di politica monetaria e di revisione dei Trattati internazionali su tale materia. Le scelte che hanno condotto, attraverso il lungo percorso passato dall’adesione al Sistema Monetario Europeo nel 1979 e dal divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981, all’adesione alla moneta unica hanno evidentemente portato il nostro Paese, specialmente per le metriche, le circostanze, il tasso di cambio ad un impoverimento della sua potenza economica e del potere d’acquisto reale delle famiglie italiane. Certamente vi sono stati anche alcuni effetti positivi dell’adesione alla moneta comune come l’inibizione di operazioni speculative sulla moneta (si ricordi quella condotta contro il nostro Paese e la lira da George Soros nel 1992), e un vantaggio sui costi di importazione, ma questi non hanno controbilanciato il prezzo economico e politico pagato sulla non concorrenzialità delle esportazioni, sulla diminuzione del potere d’acquisto e, considerando più in generale tutto il processo delle politiche monetarie dalla fine degli anni ’70 in poi, sulle distorsioni dell’indebitamento e sulla speculazione (anche con movente politico) dei mercati sui tassi di interesse dei nostri titoli, ad una perdita dell’uso potenziale della leva svalutativa (spesso male usata ma l’abuso non toglie l’uso), alla cessione completa di sovranità monetaria.

Oggi si deve imparare da questa storia e favorire una ricognizione sempre più approfondita del processo che ci ha portato fin qui; tuttavia non si può agire come se tale processo non ci fosse stato e non avesse disegnato una nuova configurazione in cui il prezzo che pagheremmo per una uscita dalla moneta unica europea fatta a prescindere e senza strategia potrebbe portare, specialmente nell’immediato, ad una serie importante di danni per molti settori produttivi del nostro Paese, oltre ad esporre ad operazioni punitive di speculazione – sia per le pulsioni fisiologiche dei mercati sia per ritorsione politica. Futuro Nazionale afferma dunque la sovranità dello Stato anche in questa materia, non accettando tabù e limiti esterni alla libera valutazione di questi aspetti politici, tuttavia adopera come criterio di azione il realismo della complessità e la valutazione non ideologica di tutti gli aspetti in gioco, ritenendo che l’Italia debba essere capace tanto di permanere nell’area euro ridefinendone i perimetri di politica monetaria quanto di opzionare l’uscita, secondo le condizioni, il contesto, i tempi, mettendo al primo posto l’interesse nazionale, la tutela delle imprese e dei posti di lavoro, il potere d’acquisto delle famiglie.

Rapporti con le grandi potenze extraeuropee: il mondo in cui viviamo è sempre più multipolare e Futuro Nazionale intende difendere la posizione dell’Italia come soggetto protagonista delle proprie relazioni storiche nel panorama occidentale, ma aperta al dialogo con tutti. Verso gli Stati Uniti, oltre al tradizionale legame storico e di alleanza, si tratterà di rafforzare nuove relazioni bilaterali che siano paritarie e non mediate dalla Presidenza della Commissione Europea: cooperazione economica (a partire dall’export italiano negli USA), collaborazione nelle tecnologie e strategia di difesa purché rispettosa della catena di comando e di sovranità politica italiana, tentativo di convergenza sulla stabilizzazione delle aree critiche (Mediterraneo, Medio Oriente), respingendo politiche di destabilizzazione come quella messa in atto con l’operazione contro l’Iran.

Allo stesso tempo, il partito vede con favore un atteggiamento disteso con la Federazione Russa, nel quadro del rispetto del diritto internazionale: l’auspicio è una pace in Ucraina che permette di ripristinare normali rapporti diplomatici e commerciali con Mosca, considerando anche che importare materie prime e energia a buon mercato dalla Russia sarebbe nell’interesse economico dell’Italia. Futuro Nazionale giudica necessario che l’Europa “faccia la pace” invece di alimentare la guerra. Con la Cina, il partito ritiene che occorra estrema prudenza: riconosce che la Cina è un importante attore economico, finanziario e logistico ma sostiene un approccio comune tra Nazioni sovrane occidentali, centrali e cristiano-orientali per evitare dipendenze eccessive (anche tecnologiche) da Pechino.

L’Italia dovrà tutelare i suoi asset strategici (anche attraverso gli strumenti di golden power) da acquisizioni ostili e essere aperta a politiche di protezionismo e dazi nei confronti della concorrenza sleale e danneggiante l’interesse economico nazionale. La Presidenza Trump ha mostrato come la politica dei dazi non sia del tutto passata di moda e possa essere un valido strumento, in certe condizioni, per perseguire l’interesse nazionale, pur con molti rischi e quindi con la necessità di non avventurarsi in politiche inusuali senza una seria strategia corroborata da analisi prospettiche di breve, medio e lungo periodo.

Ruolo nel Mediterraneo e partnership nel Sud globale: Futuro Nazionale considera l’Italia quale potenza naturalmente orientata al Mediterraneo, per vocazione geografica e storica. La politica estera italiana dovrà quindi tornare attiva nel “Mare Nostrum”: rapporti privilegiati con i Paesi della sponda sud (Nord Africa e Medio Oriente: MENA) per gestire e risolvere insieme problemi di immigrazione e sicurezza, accordi energetici e commerciali reciprocamente vantaggiosi, sostegno alla stabilità di regioni come la Libia da cui dipende anche la nostra sicurezza. Si intende promuovere un Piano Mediterraneo di scala europea, in cui l’Italia faccia da capofila, per investimenti infrastrutturali e controllo delle frontiere sud, sul modello di quanto fu fatto a est con i fondi di cooperazione e preadesione e di quanto dovrà essere fatto in modo stringente col programma GSP+ approvato quest’anno e in vigore dal primo gennaio 2027.

Oltre a questo, il partito propone di rafforzare la presenza diplomatica e culturale italiana nel cosiddetto Sud globale (Africa subsahariana, Asia, America Latina) con un duplice scopo: creare nuove opportunità per le imprese italiane (penetrazione di mercati emergenti, accordi per materie prime) e diffondere la lingua e la cultura italiana come strumento di soft power e di prestigio strategico.

In quest’ottica, andranno potenziate la cooperazione allo sviluppo (mirata però a risultati concreti, come frenare le partenze migratorie) e valutate iniziative come le missioni realmente umanitarie delle nostre Forze Armate in contesti di reale e grave violazione del diritto naturale (per esempio di sistematica violenza fisica nei confronti delle comunità cristiane o di sterminio di persone innocenti), che confermano il prestigio militare internazionale del Paese e ne fanno un attore fondamentale nella difesa della visione romana e cristiana del mondo senza sfociare in forme di facile esportazione dei propri modelli a copertura di interessi economici che non tengano conto della sovranità altrui e di un vero riconoscimento reciproco.

Sulla scorta della tradizione filosofica greca e cristiana non consideriamo infatti una grave violazione del diritto naturale l’opzione per costituzioni politiche diverse da quella liberaldemocratica di massa e non giustifichiamo guerre di “esportazione della democrazia”.

Aree di crisi, Mediterraneo, Africa in rapporto all’interesse energetico ed infrastrutturale nazionale. L’Italia consolida il proprio ruolo di potenza mediterranea autonoma, rafforzando la cooperazione con i Paesi del Mediterraneo, dei Balcani e dell’Africa per garantire stabilità, sicurezza ed energia. La diversificazione energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti diventano priorità strategiche, insieme alla protezione delle infrastrutture tradizionali e nuove (pensiamo alle dorsali della fibra ottica BlueMed e GreenMed) critiche.

Difesa dell’italianità nel mondo: per Futuro Nazionale è fondamentale coltivare il legame con le comunità di origine italiana all’estero e la proiezione culturale dell’Italia nel mondo. Il partito intende migliorare i servizi consolari per gli italiani all’estero, facilitare il ritorno (con incentivi fiscali che rappresenterebbero una causa di aumento del gettito, anziché un costo) di chi vuole rientrare in Patria portando competenze acquisite fuori e arricchire il Paese sotto il profilo demografico, della produzione di ricchezza e di contribuzione; vogliamo inoltre sostenere la diffusione dell’italiano con gli istituti di cultura e i lettorati all’estero. Il tutto nell’ottica di mantenere e rafforzare l’“Italian way of life” come punto di riferimento civilizzazionale, di cui beneficerebbero anche il turismo e l’attecchimento del soft power italiano.

In definitiva, Futuro Nazionale propone una politica estera realista e patriottica: amicizia con chi ci rispetta, fermezza con chi ci danneggia, pragmatismo in ogni dossier. L’Italia deve tornare a far valere il proprio peso e la propria insostituibile collocazione geo-politica e geo-strategica, riorganizzando anche il proprio ordinamento interno per meglio rappresentare la propria storia e la propria specificità. Qui è nato l’Impero Romano, qui il Mediterraneo fu unito sotto la nostra civiltà, qui gli Imperatori del Sacro Romano Impero sono stati incoronati per difendere la cara vecchia Europa, gloria della storia umana; quella Roma che fu il corpo dell’anima cristiana, “onde Cristo è romano” (per usare le parole del Padre della Patria Dante Alighieri) è la terra dove possono e devono rinascere la forza e l’influenza italiana nel mondo contemporaneo. Il partito lavorerà dunque per un’Italia autorevole in Europa e in tutto il globo, flessibile e dotata di capacità diplomatica operativa, fedele alla propria storia e capace di scegliere la strada dei propri valori e del proprio interesse nazionale.

Dal programma nazionale di Futuro Nazionale, pubblicato sulla pagina ufficiale del partito.